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Burnout e disturbo post traumatico da stress

Gruppo di supporto psicologico Covid-19 per personale medico e sanitario (tempo lettura 45 sec)

dott. Michela Giacobbe

Questo nuovo periodo di emergenza sanitaria, forse più di quella del primo Lockdown, sta portando a gravi ripercussioni emotive e psicologiche.
Il COVID-19 sta aggredendo i Sistemi sanitari nazionali di tutto il mondo.
I professionisti di questo settore, con i loro diversi ruoli e mansioni, sono i primi ad essere chiamati ad affrontare un’emergenza di enorme portata, che incide non solo sui carichi di lavoro e sulla stanchezza fisica, ma anche sulla loro salute psicologica.

La rapidità con cui l’emergenza sanitaria si è diffusa, ha posto i professionisti della cura nella condizione di vivere in maniera straordinaria e repentina tutti quei disagi organizzativi, fisici e psicologici.
Anche al di fuori di questa grave epidemia, chi lavora in ambiente medico, ha quotidianamente a che fare con la gestione di emergenze ed urgenze, con turni stressanti, reperibilità, carenza di personale, oltre ad un confronto continuo con situazioni di estrema sofferenza.
Per questi motivi il lavoro sanitario è considerato fra quelli che con più facilità possono portare allo sviluppo della sindrome da burnout.
Sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e derealizzazione personale.
È su questo terreno che si innestano con la loro gravità i disagi tipici delle situazioni catastrofiche, a cui viene assimilata la COVID-19.

Da qui abbiamo pensato di proporre un gruppo di parola per operatori sanitari che ha come obiettivo attraverso gli strumenti dell’ascolto, condivisione, empatia, confronto, role play, una rinarrazione, riparazione e rielaborazione dei vissuti emotivi legati all’emergenza COVID-19.

Approfondimenti
Vittorio Lingiardi, medico psichiatra, psicoanalista e ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma, fa riferimento alla condizione traumatica del soccorritore (secondary traumatic stress – disorder – o compassion stress/fatigue) per definire, oltre il normale stress psicofisico, ciò che stanno vivendo i sanitari durante questa emergenza. Questo tipo di trauma è stato studiato dalla medicina soprattutto nei periodi di guerra o durante catastrofi, come terremoti, incidenti aerei, grandi incendi. Si tratta di situazioni che richiedono uno specifico addestramento ad agire in circostanze molto critiche, caratterizzate da scarsità di risorse umane e materiali, capacità di adattamento rapido a ciò che la situazione richiede, prontezza nel fare scelte dolorose.
È questo, nell’immediato, il terreno su cui, continua Lingiardi, cresce il burnout e mette radici il futuro disturbo da stress post-traumatico.

Dell’alto rischio di burnout per gli operatori sanitari che in questo momento si confrontano con l’epidemia parla anche Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di salute mentale del Fatebenefratelli-Sacco di Milano:
“Il rischio supera il 50% delle probabilità, tutto dipenderà da quanto a lungo durerà l’emergenza. Ogni mattina quando un medico, un infermiere mette piede in ospedale parte un turbinio incredibile, dal momento in cui si vestono, mettono le protezioni, non possono più bere, mangiare, andare in bagno, fumare una sigaretta. E fanno turni massacranti. Sono condizioni di grandissimo sacrificio. Ma allo stesso tempo sanno che bisogna mantenere lucidità di analisi, di giudizio, di intervento. Rischiano di perdersi.”

Un’epidemia però, ricordano altri professionisti del settore, è un evento che presenta delle peculiarità ulteriori rispetto all’evento catastrofico, a cui si fa riferimento per comprendere i disagi dei professionisti; l’epidemia, nello specifico, chiama in causa dimensioni ulteriori rispetto a quelle appena esposte.
Nella rapid review pubblicata nei giorni scorsi sul Lancet si evince come la quarantena sia pesantemente influenzata da atteggiamenti stigmatizzanti, in particolare nei confronti dei professionisti della cura, che sono quotidianamente a contatto con il rischio del contagio.

Nella rubrica “Lettere al direttore” pubblicata su “Quotidiano Sanità.it” il 19 marzo 2020 sono proprio la quarantena, l’isolamento auto-inflitto e lo stigma ad essi associato ad essere letti come predittori per il possibile sviluppo di un disturbo post-traumatico da stress. Si legge:
“La paura e la preoccupazione di contagio per sé e per i propri familiari possono condurre l’operatore sanitario a un vero e proprio auto-isolamento. Il carico di lavoro aumentato riduce anche il confronto con i colleghi e il rapporto con i pazienti cambia radicalmente […] Stigma e discriminazione tendono poi a persistere anche per molto tempo dopo la quarantena e il contenimento dell’epidemia. Lo stigma e il rifiuto sociale legati a fantasmi di possibile infezione verso gli operatori della salute da parte della popolazione vengono generalmente alimentati anche dagli abituali conoscenti, dalle persone dello stesso quartiere d’appartenenza. […] Frequenti i sintomi di disagio emotivo, intenso distress psicologico, ansia, depressione, paura e nervosismo, irritabilità, insonnia persistente e sintomi riferibili a disturbo post-traumatico da stress, insieme a penosi sentimenti di colpa e tristezza”.

Fanno eco a queste considerazioni quelle fatte da Tonino Cantelmi, presidente dell’Istituto di terapia cognitivo-interpersonale (ITCI) di Roma e coautore, con Emiliano Lambiase, dello studio “Covid-19: impatto sulla salute mentale e supporto psicosociale” (10):
“Ricordiamo che molti operatori sociosanitari sperimentano un isolamento ulteriore, nel senso che non vivono con le loro famiglie e sono costretti a stare per conto loro. Alcuni di questi hanno creato dei gruppi e vivono nello stesso edificio. Non solo stanno svolgendo un lavoro enorme, ma devono gestire un trauma incredibile, perché vedono morire persone. In aggiunta a questo, sono costretti a un isolamento affettivo e stanno in quarantena dentro la loro stessa casa”

Queste considerazioni a carattere narrativo trovano fondamento nei risultati di uno studio cinese effettuato durante l’epidemia della COVID-19 esplosa a gennaio 2020; l’indagine ha coinvolto 1.257 operatori sanitari che hanno assistito pazienti in reparti COVID-19 e in reparti posti in seconda e terza linea, riportando percentuali importanti di depressione (50%), ansia (44,6%), insonnia (34%) e distress (71,5%), con particolare severità soprattutto per infermieri, donne, operatori di prima linea, lavoratori della città epicentro.

È quindi legittimo immaginare come il peso della crisi generata da COVID-19 possa avere un impatto negativo anche nel lungo periodo sul benessere psicofisico dei sanitari.

Molte sono le organizzazioni e le agenzie che in questo particolare frangente stanno guardando con rinnovato interesse alla tutela della salute mentale e forniscono indicazioni per contenere l’impatto emotivo sugli operatori sanitari coinvolti in prima linea nell’epidemia di COVID-19; fra queste l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che ha predisposto delle specifiche raccomandazioni per gli operatori sanitari, incentrate soprattutto sul fornire indicazioni per un corretto utilizzo delle protezioni, per una sicura gestione clinica dei pazienti e per informare i lavoratori rispetto alla riorganizzazione delle attività ospedaliere.
Riflessioni, linee guida e analisi dedicate alla condizione psicologica del personale sanitario durante la pandemia sono comparse anche su riviste scientifiche.
È interessante in questo contesto l’approccio espresso in un articolo pubblicato su Jama che sottolinea la necessità di partire dagli operatori per comprendere ciò di cui si preoccupano e definire interventi mirati.
In conclusione, il rischio di non considerare prioritari interventi di prevenzione psicologica sistematizzati e di lunga durata sul benessere della classe sanitaria è quello di cronicizzare una condizione già complessa che la COVID-19 facilmente peggiorerà .

Riferimenti bibliografici e sitografici:
1 Grassi L, Magnani K. Psychiatric Morbidity and Burnout in the Medical Profession: An Italian Study of General Practitioners and Hospital Physicians. Psychother Psychosom 2000;69:329–334
2 Mache S, Vitzthum K, Klapp BF, et al. Stress, health and satisfaction of Australian and German doctors–a comparative study. World Hosp Health Serv 2012;48:21–7
3 Gómez-Urquiza JL,et al Prevalence of Burnout Syndrome in Emergency Nurses: A Meta-Analysis. Crit Care Nurse. 2017;37:e1–9
4 Øyane NMF et al. Associations between night work and anxiety, depression, insomnia, sleepiness and fatigue in a sample of Norwegian nurses. Tranah G, editor. PLoS One 2013;8:e70228.
5 https://www.iltascabile.com/scienze/salute-mentale-medici-coronavirus\
6 https://www.dottnet.it/articolo/30436/burnout-i-medici-chiedono-aiuto-le-loro-storie/
7 http://www.psychiatryonline.it/node/8578
8 Brooks S et al. The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. Lancet 2020; 395: 912–20
9 http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=82787
10 https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/04/07/news/coronavirus_i_guariti_saranno_la_nuova_casta-253373227/
11 Lai J et al. Factors Associated With Mental Health Outcomes Among Health Care Workers Exposed to Coronavirus Disease 2019 JAMA Network Open.2020;3(3):e203976.doi:10.1001/jamanetworkopen.2020.3976
12 Lee AM, Wong JG, McAlonan GM, et al. Stress and psychological distress among SARS survivors 1 year after the outbreak. Can J Psychiatry. 2007;52(4):233-240. doi:10.1177/